Le contraddizioni del comico urlone

Che la Storia fosse maestra di nessuno scolaro ormai lo avevamo capito. Ma che si ripetesse a distanze così ravvicinate non ce lo saremmo mai immaginati. Non ancora terminata la proiezione del film berlusconiano, infatti, il populismo gretto e volgare ricomincia a girare nelle pellicole del Movimento 5 stelle.

Nato dalla volontà di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, il movimento si propone di organizzare quei gruppi di persone che, dopo aver affittato il cervello al comico opinion-leader, si sentivano mossi da rabbia e livore contro una classe politica etichettata come causa di ogni male esistente e, perciò, soprannominata “casta”. Milioni di elettori, nelle ultime consultazioni politiche, hanno creduto che questa potesse davvero essere l’organizzazione giusta per governare il Paese e far sì, quindi, che l’interesse dei cittadini (la fattispecie di quest’interesse non è mai stata argomentata) prevalesse e fosse fatta giustizia. Le contraddizioni, la demagogia, il populismo nei propositi e nei programmi non sembrano essere visibili: tante idee a caso, nessuna struttura ideale, tanta voglia di vendetta contro la “casta” nemica di una “popolazione onesta (sic!) e laboriosa (sic! sic! sic!)” ma senza che questa lasci spazio a qualcosa di costruttivo.

Basterebbe solo guardare un po’ alla storia personale del comico urlone per accorgersene e capire che forse la strada migliore da prendere non è questa.

Nel 1988, questo simpaticone, viene condannato dalla Suprema Corte con l’accusa di omicidio colposo plurimo di 2 adulti e un bambino di 8 anni.
Nel 2003, il paladino degli onesti, si avvale del condono fiscale Berlusconiano – da lui più volte criticato perché premio gli evasori – per mettere a posto una sua villa.
Ne 2005, poi, secondo l’Agenzia delle Entrate, Grillo dichiara un reddito imponibile di 4.272.591 euro e nel 2009, nonostante si sia sempre dichiarato legato a Rifondazione comunista, la guardia di finanza rinviene una Ferrari, una barca a motore e una casa in Svizzera con tanto di conto corrente.
Nel 2009, nonostante avesse pubblicamente affermato pochi anni prima che non si sarebbe mai candidato e che non sarebbe mai entrato in politica, fonda il Movimento 5 stelle, ne diviene fin da subito leader indiscusso senza che mai se ne chiarissero gli strani rapporti con i Casaleggio e con le banche da lui più volte accusate di essere “le nuove mafie”.
Nel 2003 patteggia una multa di 4 mila euro al processo per diffamazione aggravata del premio Nobel Rita Levi-Montalcini, apostrofata, nel 2001, come “vecchia puttana”. Antifemminista per eccellenza, infatti, ha spesso rivolto alle donne epiteti del genere o altri che le descrivono come inette adatte solo a stare a casa e fare figli.
Nel 2013, poi, al grido di “tutti a casa!”, lancia il suo movimento (di cui continua a essere leader indiscusso) alle elezioni politiche e regionali con un programma imperniato solo sull’insulto alla classe politica e sulla volontà di sostituirla con “gente comune”.

La demogagia e il populismo sono arti vecchissime che si conoscono fin dall’alba della civiltà. Si pensi alle guerre civili nella storia romana, ad esempio; oppure al fascismo e al berlusconismo italiani. I risultati, come si può facilmente evincere, sono sempre stati catastrofici.

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