La lingua della propaganda: ‘Il Fatto Quotidiano’

Osservare la lingua della stampa legata al fenomeno del grillismo, è un ottimo metodo per coglierne i sistemi di pensiero e i metodi della propaganda. Proviamo a tracciare qualche linea partendo da ilfattoquotidiano.it.

Analizzando la semantica e il lessico di titoli e articoli, possiamo facilmente accorgerci di come ricorrano spesso termini quali vergogna, inciucio, casta, regime, palazzo (in senso metaforico), trappola, truffa, mazzetta, affarismo, congiura, disinformazione, scodinzolare, caimano, verità, scandalo, complotto, spartirsi, spartizione, sporco, boomerang, compromesso e potere (sempre nella loro accezione negativa), gente, casino, demolire, illusi, illusione, terremoto (in senso metaforico), perdere, vincere, misfatto, strepitoso, partitocrazia, ecc.
Tutti termini riconducibili al campo delle opinioni e delle interpretazioni e che, quindi, difficilmente sono associabili all’oggettività, ai “fatti”, al racconto disinteressato e scientifico. Valori dichiarati (già dal nome) nelle presentazioni e nelle parole dei fondatori del quotidiano («Un giornale che racconta i fatti» – https://www.facebook.com/ilFattoQuotidiano/info).

Dissonanza, questa, corroborata dalle frequenti espressioni quali resa dei conti, dice che … ma …, si dovrebbe … ma …, guerra di potere, peccato che …, media di regime, un Paese dove nessuno …, compromesso col potere, tenetevi forte, non solo … ma …, ecc.
Formule che davvero difficilmente possono stare in un testo con pretese di oggettività e imparzialità.
In particolare si tratta di termini e espressioni la cui semantica è di tipo semplificante: tende, cioè, a far compiere rapidamente passaggi, associazioni di pensiero. Ad esempio, un’espressione come «in un paese dove nessuno fa questo e questo, il politico X si è comportato nel modo Y» fa compiere in automatico il passaggio di pensiero che porta a interpretare negativamente quelle azioni.

Ci sono, poi, numerose strutture ricorrenti legate alle associazioni semantiche. Riportiamo alcuni casi indicativi.
Quella di cittadini è un’etichetta sempre semanticamente opposta e in lotta con quelle di politica e di partito. L’espressione i partiti, inoltre, è sempre adoperata per indicare Pd, Pdl e centro insieme, come se gli altri invece non lo fossero. Ed è sempre associata a elementi con accezione negativa (magari a leggi già precedentemente giudicate come “vergognose” oppure a corruzione o finanziamento illecito). Il termine compromesso ha sempre significato negativo. La parola in sé non dovrebbe averne, specie in un regime democratico, dove, cioè, il compromesso è l’anima della rappresentatività e del pluralismo.
Numerose sono le rievocazioni, mentre si narrano fatti di cronaca politica o giudiziaria, delle vicende craxiane o legate al fenomeno noto come Tangentopoli. Rievocazioni che, automaticamente, associano i fatti raccontati a eventi fossilizzati come negativi nell’immaginario collettivo e legati a corruzione e malapolitica.
Il web, gli utenti della rete e i loro commenti, i blog, … sono, invece, sempre legati a un’immagine positiva, rassicurante ed eroica che cerca di affermare la libertà del popolo contro i soprusi della Casta. Etichetta, quest’ultima, spesso adoperata per designare la classe politica che non fa parte del M5s.

Per concludere, insomma, è perfettamente individuabile quella struttura semiotica tipica della propaganda (ma anche della pubblicità) che tende a classificare i soggetti, in maniera univoca e ricorrente, come buoni o cattivi, in una perenne e inestinguibile lotta tra il bene e il male in cui il nemico è sempre riconoscibile, nelle forme e negli spazi, e in cui tutto ciò che c’è di negativo e problematico ha sempre lo stesso colpevole e lo stesso nemico.

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