Dumas restaurato

Ultima, ma solo in ordine di tempo, l’Einaudi s’inserisce in una vicenda letteraria piuttosto torbida. Dopo l’edizione critica curata da Claude Schopp nel 1993, per Il conte di Montecristo inizia una nuova storia; in Italia, invece, di storie ne iniziano due. Non vi erano, nel nostro Paese, da emendare solo le lacune e le scorrettezze presenti nel testo francese: qui nessuno si era mai nemmeno preoccupato delle traduzioni e, per oltre un secolo, è uscita, con pochissime varianti, sempre la stessa. È stato necessario aspettare altri vent’anni per veder muoversi le acque: il 2010, per l’esattezza, con la traduzione curata da Gaia Panfili per la Donzelli e basata, per la prima volta, sull’edizione Schopp.

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Autori diabolici

Certo, leggendo I diabolici, è impossibile non pensare a Hitchcock, ma difficile è pure non ricordare Simenon e il suo Porto delle nebbie che fa disperare Maigret. Siamo su piani molto diversi, ovviamente. La provincia francese, è vero, è sempre presente; la nebbia e l’acqua anche; il mistero, poi, non ne parliamo proprio. Ma il degrado psicologico insieme a tutte le sue sfaccettature irrazionali che diventano pasto per cinici; ecco, di quello il commissario non deve occuparsi. O meglio, non con tanta dovizia di espressione e precisione lessicale.

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La piramide di fango

Una versione ridotta di questa recensione è uscita su CultWeek.

L’ormai 64enne Salvo Montalbano non è più quello di una volta. I colpi cominciano a mancare e – diciamo pure – si sta rimbambendo alquanto. D’altra parte, è dal 1994 che riempie romanzi e racconti e che affianca la letteratura storica e politica di Camilleri. E poi, riconosciamolo, quando il commissario si trova ad affrontare casi di mafia, lo scrittore siciliano si rivela sempre un po’ uguale a se stesso.

Ma non si fatica a perdonarlo: con una produzione media di tre romanzi all’anno, la letteratura vigatese offre una qualità talmente elevata da avere ben pochi competitor nell’orizzonte italiano.

Tutto comincia nel fango. No, non si tratta del primo uomo. E nemmeno dell’ultimo, purtroppo, immischiato in problemi del genere. Una consueta vicenda d’intrecci tra amministrazione politica e mafia arriva sulla scrivania di Montalbano quando, dopo settimane e settimane di piogge incessanti, un cadavere viene scoperto in mezzo a un cantiere fermo nella campagna brulla e grigia di terra bagnata. Sembra scorrere persino nelle vene, tutto quel fangue; come lo chiama Catarella nella sua ormai nota devianza fonetica che, in questo caso, stabilisce un inquietante e rivelatorio malapropismo. Allo stesso modo che in una «pillicula espressionista tidisca, con il forti contrasto tra luci e scuro e con le ùmmire diformate e giganti», il paesaggio è la proiezione, in primisi, dello stato d’animo di Montalbano il quale, pur di vedere Livia uscire dalla depressione in cui si trova, è pronto a immolare la sua stessa serenità mentale. La fidanzata del commissario, infatti, sta ancora scontando le conseguenze di quanto accaduto nel romanzo precedente, Una lama di luce: la morte di François, il bambino che Livia avrebbe voluto adottare assieme a Salvo, nonché il protagonista de Il ladro di merendine.

Il caso di Giugiù Nicotra, trovato ammazzato e mezzo nudo affacciabocconi in una enorme galleria-tubo del cantiere, non riesce a pigliarlo più di tanto, a Montalbano. Porta avanti le indagini con lo stesso entusiasmo con il quale firma la montagna di carte che giornalmente si ritrova sulla scrivania. Questo paese sembra per sempre destinato alla corruzione, al malaffare, all’immobilità più straziante.

«Non si vidiva un filo d’erba, il virdi era stato cummigliato da ’na coperta semiliquita grigio scura ’n tutto eguali a ’na cloaca a celo aperto che aviva assufficato a ogni essiri viventi, dalle formicole alle lucertoli».

Il paesaggio è dunque, in secundisi, la proiezione visibile di uno stato di degrado costante e inarrestabile che circonda l’universo intero. Ci vuole poco perché gli indizi, i personaggi, le situazioni conducano al mondo dei cantieri e degli appalti pubblici. Perché, insomma, si riveli l’ennesima storia d’intrallazzi tra mafia e politica.

Fin da subito, appena cominciano le indagini, si aggira la moglie della vittima: un fantasma di cui si parla sempre, di cui è data per certa la morte ma della quale, fino alla fine, non si vedrà mai il cadavere, né si saprà dove si trova e come c’è finita. E poi un ospite fisso in casa Nicotra (il vero centro della vicenda) di cui si conosce l’esistenza ma la cui identità, nazionalità e funzione resterà un mistero fino quasi alla fine. A poco a poco – dopo vari tentativi di deviare le indagini verso il delitto passionale – ogni pezzo, ogni tassello, ogni indizio va a ricomporre un puzzle che altro non è se non un’enorme piramide di fango nella quale si muovono costruttori, amministratori pubblici, ditte, giornalisti, avvocati. Un’opira di pupi durante la quale tra i pupari succede qualcosa che fa saltare lo spettacolo.

È un Camilleri particolarmente cupo quello di questo romanzo. A rivelarlo è già lo stile, oltre che la vicenda. Se il pastiche linguistico a cui l’autore ci ha abituati è stato sempre in continua evoluzione fino a, negli ultimi anni, standardizzarsi su un registro riconoscibile, questa volta si nota uno scarto non indifferente. Innanzitutto, l’utilizzo degli aggettivi e delle descrizioni – di solito piuttosto parco a tutto vantaggio della teatralità e dell’azione – s’infittisce e va a creare la coreografia espressionistica della vicenda. Al dominare delle tonalità grigie e cineree di gran parte del testo, si contrappongono quelle luminose dell’ultima parte, quando Livia esce dalla depressione e la vicenda si avvia a una risoluzione. La sintassi, inoltre, è più pacata e lontana dagli scoppiettanti artifici che, solitamente, il romanziere associa alla sua spiccata sapienza narrativa. È come se, questa volta, l’urgenza di dire qualcosa abbia avuto la meglio sulle ragioni drammaturgiche. Oppure come se la cosa più importante fosse stata esprimere un enorme sentimento di disgusto. Perciò l’insistenza sul dato espressionistico e coreografico, piuttosto che sull’azione e sulla scena.

La lettura di questo romanzo, insomma, ci rivela un Camilleri un po’ insolito; forse più giù di tono. Anche i riferimenti costanti all’attualità italiana più stringente e le tradizionali considerazioni sui mali atavici di questa nazione tradiscono una scrittura fatta quasi di pancia, per assecondare un sentimento di sfiducia che, comunque, non rinuncia mai alla speranza e alla via d’uscita.

L’80% degli italiani non capirebbe questo articolo

Se una società più complessa richiede più conoscenza, l’Italia è davvero messa male. Tre quarti della popolazione non sono in grado di leggere neppure le istruzioni della lavatrice. Mentre solo il 20% degli adulti riesce a comprendere testi di media difficoltà e a orientarsi, dunque, nella società contemporanea. Nella vita della società contemporanea; non nei suoi problemi. Sia ben chiaro.

La questione è tanto annosa quanto ignorata. L’OCSE ha speso le sue migliori energie per offrirne un quadro completo a livello internazionale. In Italia, però, soltanto due importanti linguisti vi hanno dedicato attenzione: Tullio De Mauro e Luca Serianni.

Siamo nel 2003 quando, nell’ambito del progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills), molti adulti italiani si ritrovano sotto il naso sei questionari graduati e, davanti, lo sguardo indagatore dei funzionari dell’OCSE. Lo scopo è osservare il comportamento della popolazione adulta e analizzare come risponde – se risponde – alle richieste di esibire capacità di lettura e comprensione, scrittura e calcolo.

I risultati sono a dir poco catastrofici. Il 5% della popolazione in età di lavoro non è in grado neppure di accedere alla lettura dei questionari perché incapace di decifrare il valore delle lettere. Un altro 38% le identifica ma non riesce comunque a leggere. Si aggiunga, poi, il 33% che legge il questionario di primo livello, ma già al secondo, dove le frasi sono leggermente più complesse, si blocca. È quella fascia definita a rischio di analfabetismo: persone che, pur essendo formalmente alfabetizzate, non riescono a leggere un giornale o un avviso al pubblico. Resta solo un quarto – neppure un quarto – di adulti in grado di svolgere i questionari più complessi: quelli sull’utilizzo delle capacità alfanumeriche dinanzi a problemi inediti.

L’indagine, d’altra parte, non è certo isolata. Quanti quotidiani si vendono ogni giorno in Italia, se escludiamo quelli sportivi? Meno di cinque milioni. Quanti sono i visitatori quotidiani dei siti d’informazione? Meno di cinque milioni. Quanti italiani entrano regolarmente in libreria? Meno di cinque milioni. Quanti telespettatori guardano i programmi d’approfondimento in seconda serata? Meno di cinque milioni. E non è certo difficile immaginare che si tratti sempre degli stessi cinque milioni. Un club molto minoritario all’interno del quale si svolge tutto il dibattito politico e culturale, si forma un’opinione pubblica attenta e articolata, ci si indigna per le vicende della nostra democrazia.

Tullio De Mauro analizza la questione in un’intervista (ormai un classico) raccolta nel libro La cultura degli italiani. E ci pone di fronte anche una situazione molto più problematica. Un ragazzo che vive in una casa piena di libri (magari con genitori professionisti) va meglio a scuola. Se i dati sono quelli che abbiamo visto, solo una modesta percentuale di scolari vive in un ambiente favorevole alla sua crescita culturale e professionale. Oltre che economica, ovviamente. Il resto è destinato all’analfabetismo di ritorno e all’immobilità sociale. Provvedere ad alfabetizzare gli adulti è un’azione non solo complementare al miglioramento del rendimento scolastico dei giovani: è necessaria per dare loro la possibilità di emanciparsi economicamente e professionalmente.

«Come ormai sappiamo dagli economisti – ancora De Mauro – o dovremmo sapere, è stretta la correlazione tra indici dei livelli culturali (scolarità formale, literacy effettiva, lettura di giornali e libri) e capacità tecnologiche e produttive di un paese e/o anche di una sua singola area regionale». Quello analizzato – lo si può ben intuire – è un fenomeno che determina, di fatto, l’arretratezza del nostro paese. L’interesse da parte dei vari riformatori dell’istruzione, però, continua a essere assente oppure fossilizzato su astruse questioni di meritocrazia. Ci sembra di essere di fronte agli stessi problemi con cui Manzoni e Ascoli si confrontavano all’alba dell’Unità d’Italia. Con la differenza, però, che la questione è oggi ignorata e sommersa dalla retorica liberista.

pubblicato su La Talpa democratica

Renzi e Bergoglio. Le parole della rottura.

Come già fatto notare qualcuno prima di me, ci sono vari elementi che accomunano la comunicazione di Renzi, l’aspirante leader della sinistra italiana, a quella di Papa Bergoglio. Innanzitutto, la fatica costante di apparire in rottura con il passato e con i predecessori. Linguaggio verbale, corporeo, pubblicitario comunicano una sola cosa: cambiamento. Si lasci al singolo il giudizio sulla fattualità di questa rivoluzione: qui parliamo solo di strategie comunicative. Le parole scelte, le pose fotografiche, i luoghi (fisici e mediatici), il contatto con il pubblico, … Tutto pensato – strategicamente – all’insegna della rottura con il passato e con i predecessori.

Si tratta, molto probabilmente, dello stadio avanzato di un processo iniziato già un po’ di anni fa (almeno in Italia) e che ha visto polarizzarsi alcune parole d’ordine verso i campi semantici del bene e del male, secondo uno schema che vede gioventù e cambiamento come insiemi semiotici positivi; vecchiaia e immobilità come negativi.

Guardando le ultime campagne elettorali (ma si potrebbe andare anche più indietro nel tempo) ci si può accorgere facilmente di come gli schieramenti politici abbiamo fatto ricorso a un lessico fatto di parole come riforme, cambiamento, innovazione, crescita, sviluppo per parlare di se stessi; e di altre come vecchiaia, immobilità, novecentesco, ideologico, comunista, democristiano per descrivere gli avversari.

La parola riforme, in particolare, registra un uso crescente, soprattutto da quando i problemi di bilancio sono diventati più pressanti e, spesso, per colpevolizzare gli avversari della mancanza di competitività e crescita del paese.

Quella di Renzi, insomma, sembra essere la strategia che vuole chiudere definitivamente i conti con il passato.

Materiale didattico.

Ecco la traccia per un simpatico esercizio di scrittura che abitui (i ragazzi, ma non solo) all’esercizio della fantasia e all’organizzazione testuale.

Sulle base delle informazioni e degli enunciati scritti di seguito componi un reportage giornalistico nel quale fingi di essere l’inviato speciale ad un finto Festival cinematografico di Milano (XXIV edizione) che si sarebbe concluso ieri con l’assegnazione dei premi ai vincitori. Fingiamo che, durante questa premiazione, siano accaduti alcuni fatti piuttosto particolari e molto divertenti. Un po’ sono elencati sotto; gli altri inventali tu ispirandoti a questi.
Mi raccomando, poni molta attenzione ai vestiti, ai comportamenti degli ospiti (che spesso sono ubriachi e in pose succinte), agli ambienti (siamo nel Castello Sforzesco e in una parte del Parco Sempione), al gossip, alle relazioni che si intuiscono dai comportamenti, alle reazioni di fronte all’annuncio dei vincitori, agli scontenti, a chi ama farsi fotografare, a chi si presenta mezzo nudo per far vedere i ricchi tatuaggi e per mettersi in mostra, ecc. ecc. ecc. Hai totale libertà di fantasia. Stai solo attento alla coerenza dei fatti narrati e a concludere il racconto.

Usa un linguaggio il più possibile spigliato e brillante; non essere noioso, né moralista. Prima del reportage vero e proprio, disponi un buon sommario di poche righe nel quale esprimi, con assoluta imparzialità e oggettività, i fatti rilevanti (cioè la premiazione e gli episodi eclatanti). Questo sommario, insieme a titolo, sottotitolo e occhiello, costituiranno una sintesi dei fatti rilevanti.

Siamo nel Castello Sforzesco – il 4 febbraio 2014 – per la giornata conclusiva della XXIV edizione del Festival cinematografico di Milano, importante evento internazionale che vede la partecipazione di molte star internazionali tra registi, attori, sceneggiatori, critici, … Tutte le cerimonie e gli eventi si svolgono tra alcune sale del Castello e il parco Sempione con uomini e donne elegantemente vestiti, bicchieri di champagne, chiacchiere, pettegolezzi, fotografi, giornalisti, personaggi famosi di ogni tipo, ospiti di riguardo. Nel pomeriggio, nella Sala degli Arazzi, si tiene la premiazione. Dietro a un tavolo molto decorato siedono i giurati che presentano la loro selezione e i loro vincitori fornendo anche delle motivazioni. Il film vincitore e il secondo e il terzo classificato affidali alla tua fantasia.
Ad un certo punto, un’attrice (il cui nome e il film in cui recita sono di tua invenzione) visibilmente ubriaca, furiosa perché il suo film non è stato premiato, si alza urlando e inizia a dirigersi verso il tavolo continuando a lanciare insulti ai giurati. Mentre cammina ciondolando, rossa di rabbia, tutti la guardano esterrefatti e silenziosi. Le telecamere si girano verso di lei, i flash iniziano a scattare furiosamente; lei prosegue prosegue finché – bum! – inciampa, scivola e cade a terra rotolandosi e dimenandosi come uno scarafaggio tra i fili nei quali è aggrovigliata. Scattano le risate generali. La sicurezza interviene per rialzarla e portarla via. La cerimonia riprende. Registi e attori ringraziano e raccontano il loro film.

Più tardi, durante le interviste e i festeggiamenti nel parco, si hanno altre rivelazioni importanti (inventane tu a tuo piacimento): attori (eterosessuali e omosessuali) dichiarano di essere fidanzati e di aver mollato mariti/mogli/amanti, altri di voler abbandonare il cinema, altri ancora di essersi convertiti al buddismo, ecc. ecc. ecc.

La giornata proseguirà tra altri eventi di tua invenzione.

Un cattivo scrittore è chi si esprime tenendo conto di un contesto interiore che il lettore non può conoscere. Per questa via l’autore mediocre è portato a dire tutto quello che gli piace. La grande regola sta invece nel dimenticarsi in parte, a favore di un’espressione comunicabile. Questo non può avvenire senza sacrifici.

Albert Camus