Argomentare. Ovvero la pratica del rispetto.

Le forme e i modi del testo argomentativo:
le linee generali.

Argomentare è una pratica indispensabile per qualsiasi discorso. Chi parla o scrive presenta una propria opinione in merito a un problema o ad una situazione di partenza; la spiega, la dimostra, la difende, confuta un pensiero diverso dal suo punto di vista. Un testo argomentativo richiede, in primis, un cambio di mentalità: strutturare idee e interpretazioni attraverso premesse, ragionamenti, articolazioni. È un lavoro che parte da se stessi, piuttosto che dalla scrittura. L’abitudine a comporre testi di questo tipo potrebbe creare cittadini migliori; che riflettono prima di parlare e agire, e che costruiscono il proprio pensiero pezzo per pezzo.

È necessario non usare le parole come clave: ogni enunciato richiede delle spiegazioni convincenti. Una buona norma, dunque, è evitare le affermazioni forti, semplificanti e generiche: meglio ricorrere a enunciati che partano da si potrebbe pensare, probabilmente, i fatti lasciano credere, si deduce che, e simili. L’obiettivo deve essere persuadere il lettore/l’interlocutore delle proprie buone ragioni; non sbattergli le parole in faccia come schiaffi che lo atterriscano.

L’ambizione è, allo stesso tempo, umile ed elevata: «esprimere idee precise e che ricorrano a procedure logiche, oltre che narrativamente efficaci, per far sì che il lettore condivida i rispettivi punti di vista» (Serianni, Leggere scrivere argomentare).

Costruire un’argomentazione corretta ed efficace richiede la presentazione di dati e informazioni che bisogna scegliere con cura e attenzione, selezionando criticamente le fonti, badando al linguaggio, alla retorica, al contesto. È necessario, poi, utilizzare strumenti linguistici adeguati e strutturare il testo con intelligenza e coerenza, ricorrere agli strumenti della retorica e, soprattutto, al buon senso. Introdurre, dunque, l’argomento per bene, esporre le proprie ragioni e interpretazioni, concludere.

La precisione del linguaggio, la lettura critica delle informazioni, la concatenazione razionale dei pensieri sono, oltre che requisiti indispensabili per la costruzione di qualsiasi scritto di opinione, anche delle buone abitudini di vita associata.

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Scrivere bene. Uno stile di vita miracoloso.

Certo, «scrivere correttamente – come afferma Graziadio Isaia Ascoli – rimane sempre, malgrado la vantata sicurezza delle contrarie norme, una cosa che sa di miracolo, una cosa da perigliarvi la vita» e poi si sa: «chi scrive bene è scientificamente sospetto» (Adorno). Ma una riabilitazione è possibile. Sempre e per chiunque (oddio, forse chiunque no). In ogni caso, non bisogna drammatizzare.

Scrivere bene è prima di tutto un atteggiamento mentale; una filosofia che prevede attenzione – altruismo missionario, mi verrebbe da dire! – verso chi legge.
Non significa padroneggiare un registro stilistico aulico. Basta farsi capire senza fatica; senza costringere, cioè, il lettore a decifrare contorsioni mentali varie o a viaggiare tra labirinti sintattici. I discorsi devono essere ordinati, a partire dalle frasi – le piccole componenti di un testo – e dalla disposizione delle parole nella frase, le componenti minime, quelle più piccole.

Il primo passo? Leggere bene. Non è da tutti; non crediate. Non significa solo comprendere parole e frasi, ma anche cogliere le sfumature del discorso, le sue implicazioni, le scelte stilistiche e, qualora vi fosse, anche il suo intento persuasivo.

«Le regole, nella lingua e in altre attività umane, non sono imposte a capriccio. Sono (quasi sempre) il distillato dell’esperienza, e producono risultati», scrive Beppe Severgnini.
La semplicità di scrittura – ne parlavamo già in un precedente post – non richiede poca fatica. Io – in realtà – preferirei più parlare di leggerezza: semplicità manda il pensiero verso qualcosa che somiglia allo spontaneismo sciatto e superficiale e non, piuttosto, alla fatica, alla revisione (fatta di rilettura) e alla riflessione.
Poi (che volete farci?) ho saputo di gente che ha trovato lavoro scrivendo queste frasi nella lettera di presentazione: «questa esperienza mi ha messo di fronte alla consapevolezza di conoscere e lavorare con tante realtà importanti portandomi dietro un bagaglio di competenze indispensabili con un’occhio di riguardo anche agli aspetti più operativi». Proprio pazzi, questi datori di lavoro italiani.

Il web 2.0 ha reso – che bello! – la scrittura tanto importante quanto lo era qualche tempo fa; prima che inventassero il telefono e la televisione. Scrivere bene è più che importante: è indispensabile. Indispensabile quanto capire il mondo in cui si opera. La lingua, infatti, non è uno strumento che serve solo per parlare e scrivere: si usa anche per pensare. Per questo è necessario conoscerla bene: scrivere bene significa anche pensare bene. Usare bene la lingua vuol dire possedere lo strumento più importante.

Riassumere. Ovvero come liberarsi dell’inutile.

Riassumere significa condensare il contenuto in un minore numero di parole, limitandosi a esporre i punti essenziali, o la trama. I punti essenziali: cioè il minimo indispensabile senza che si perda ciò che serve. Ma cos’è che serve? Questo lo si impara pian piano, con l’esperienza. Cominciate con il togliere aggettivi, avverbi, discorsi diretti, incisi, ecc.; sottolineate ciò che è indispensabile per la comprensione; evidenziate le parole chiave: il resto seguirà in automatico.

Il riassunto rielabora, in forma più semplice ma più breve, un testo di partenza e fornisce tutte le informazioni importanti sul contenuto.

Il primo passo, dunque? Togliere l’inutile, togliere tutto ciò che, anche se non ci fosse, il testo avrebbe ugualmente senso. Ma come facciamo a capire se stiamo procedendo bene? Interroghiamo il testo con domande essenziali: vediamo come risponde. Continue reading “Riassumere. Ovvero come liberarsi dell’inutile.”

A proposito della leggerezza

L’attenzione al dettaglio, la cura per i particolari, la precisione linguistica, la filologia nel suo complesso, lontano dall’essere retaggi di pedanteria, sono piuttosto i corollari più autentici della leggerezza. Obiettivo ambizioso, questo sostantivo (che è, piuttosto, uno stile di vita): richiede impegno e lavoro, costanza e determinazione.

Al contrario, superficialità, conformismo, sciatteria rientrano idealmente nel campo del pesantezza. Di quella pesantezza che è fatta di mode volatili e presto dimenticate, di pensieri smart che diventano i tormentoni di un periodo per poi finire nell’oblio. Quanto spesso succede di avvertire tutta la gravezza di quel brodo mainstream nel quale nuotiamo quotidianamente?

A proposito della leggerezza, Calvino, nelle sue Lezioni americane ci dice che

Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. È il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani. La poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo. Questa polverizzazione della realtà s’estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio.

Il dato non è irrilevante: leggerezza non è sinonimo di semplicità. Il contrario, piuttosto: è solo attraverso un continuo lavoro su se stessi e poi sui testi che si riesce a sottrarre la gravità, il peso del troppo e quello del troppo poco, la vuota cerebralità e il barocco concettualismo. Ma la leggerezza è anche quell’obiettivo raggiunto il quale si rifuggirà la superficialità, il luogo comune, il conformismo, …

La letteratura, probabilmente, è da qui che dovrebbe riprendere il discorso. Dopo essersi liberata, però, di tutto il gravume di banalità, luoghi comuni, velleità underground, di cui si ostina a volersi nutrire risultando solo l’immagine sbiadita di un qualcosa che non le appartiene.

La Fata turchina

Stava ancora scegliendo il colore della giacca di pelle quando, in preda ad un attacco isterico, decise che non era veramente possibile che questi qua sotto facessero tutto sto fracasso continuo! E poi, guardandosi allo specchio, come Cristo si fa a indossare dei pantaloni così!? Fuori si sentivano i boati della folla che attendeva la sua uscita sul balcone della villa e temeva che potessero danneggiare le statue settecentesche che aveva fatto ricoprire di tinte fucsia e di brillantini. Si diresse di corsa verso il computer e pubblicò un sondaggio on line per scegliere il colore migliore.
Intanto sul comodino la sua pistola brillava appena lucidata; la prese e si tuffò sul divano iniziando a sparare contro il lampadario: non era ancora giunto il momento di trasformarsi in un cane da salotto, protetto da pareti sicure, che scodinzola sulla moquette e si adagia pigramente di fronte al caminetto acceso. Pensava di avere ancora tempo prima di arrestarsi e uggiolare a pancia all’aria disteso sopra improbabili tappeti di Kars, kilim delle multinazionali del finto-etnico, sdraiato a terra alla portata dei lapilli e osservato severamente da leopardi imbalsamati, uccisi in safari domestici.
Ma durò poco la pacchia. Non era arrivato manco al terzo colpo che già il boato della porta gli annunciò le gridate rauche successive. Continue reading “La Fata turchina”

Supercazzole

Capita un po’ troppo spesso – in televisione, sui giornali, sui blog, sul web, sul social – di assistere a performance (anche piuttosto estreme, a volte) in cui commentatori (quasi mai improvvisati, eh!) si librano in un vortice supercazzolista di parole e sintagmi che ambiscono, a loro dire, a interpretare l’attualità e la politica.
«Eh già, la Francia è un Paese che funziona benissimo ma anche lui, adesso, si trova in una fase di depressione. Non crede più in se stesso e nel suo futuro» si potrebbe sentir dire a un qualche Cazzullo in giro, come massima che vorrebbe voler risolvere la complessità della politica francese.
Ma c’è di peggio – e come se c’è di peggio! -. C’è chi crede che tutto possa risolversi in chiacchiere da salotto. Molto spesso i pensieri scritti su attualità, politica, cultura (soprattutto cultura!), esteri somigliano ai discorsi futili, vacui, disinformati di amici e conoscenti che si ritrovano a parlare del più e del meno, o alle chiacchiere da bar.
Si leggano, ad esempio, un po’ queste frasi:

… nei momenti di crisi come quello che attraversiamo cresce sì, e diviene fortissima, la critica alla politica, ma a quella passata (che le oligarchie intellettuali vicine al potere scambiano appunto per antipolitica tout court ), mentre invece diviene ancora più forte la richiesta di una politica nuova e diversa. Sotto la forma, per l’appunto, di una leadership all’altezza della situazione. Di qualcuno che sappia indicare soluzioni concrete ma soprattutto sia capace di suscitare un’ispirazione nuova, di infondere speranza e coraggio, di alimentare – non spaventiamoci della parola – anche una tensione morale più alta: quella che serve a restituirci l’immagine positiva di noi stessi che la crisi spesso distrugge.

(E.Galli Della Loggia, Corriere della sera del 17 dicembre 2013)

Forse La grande bellezza non è il miglior film di Sorrentino (per chi scrive di sicuro non lo è) e probabilmente ci sono stati, in questi 15 anni, film più belli anche in Italia (la doppietta Il divo e Gomorra, per restare in famiglia). Ma per agguantare l’Oscar serve, piaccia o no, un mix che il film di Sorrentino possiede totalmente. L’ingrediente fondamentale per sfondare negli Usa pare sia mettere in scena una sorta di deja-vu, riesumare un sentore, un aroma di qualcosa che gli americani conoscono e che gli piace molto ricordare.

(Elisa Battistini, Il Fatto Quotidiano del 13 gennaio 2014).

A buon scrittor, poche parole: la forma mentis del comunicare.

La lingua cattiva non è solo cattiva e dannosa: è anche poco efficace; è fraudolenta. Parlare male significa non farsi capire; e chi non capisce non si fida. Pensa che ci sia l’inganno sotto, che sei lì per fregarlo. Perciò un discorso, scritto o parlato che sia, per prima cosa deve essere efficace, centrare l’obiettivo, rendere esattamente il messaggio che si vuole comunicare. Deve essere conciso, andare subito al punto, senza perdersi in noiose premesse o in giri di parole che servono solo per riempire vuoti che, invece, sarebbe meglio riempire di contenuti utili, oppure non riempire affatto. Perché, vedete, è importante fare economia. Economia di parole, ma anche economia di concetti, quando non servono. Dunque, oltre che conciso, un discorso deve essere economico.
E per essere allo stesso tempo economici ma efficaci bisogna che ci siano le parole giuste al posto giusto, e le frasi giuste al posto giusto. Il discorso, quindi, deve essere anche preciso. Ricordatevela la precisione, è importante. Non solo quando si scrive, ma sempre.

La lingua della propaganda: ‘Il Fatto Quotidiano’

Osservare la lingua della stampa legata al fenomeno del grillismo, è un ottimo metodo per coglierne i sistemi di pensiero e i metodi della propaganda. Proviamo a tracciare qualche linea partendo da ilfattoquotidiano.it.

Analizzando la semantica e il lessico di titoli e articoli, possiamo facilmente accorgerci di come ricorrano spesso termini quali vergogna, inciucio, casta, regime, palazzo (in senso metaforico), trappola, truffa, mazzetta, affarismo, congiura, disinformazione, scodinzolare, caimano, verità, scandalo, complotto, spartirsi, spartizione, sporco, boomerang, compromesso e potere (sempre nella loro accezione negativa), gente, casino, demolire, illusi, illusione, terremoto (in senso metaforico), perdere, vincere, misfatto, strepitoso, partitocrazia, ecc.
Tutti termini riconducibili al campo delle opinioni e delle interpretazioni e che, quindi, difficilmente sono associabili all’oggettività, ai “fatti”, al racconto disinteressato e scientifico. Valori dichiarati (già dal nome) nelle presentazioni e nelle parole dei fondatori del quotidiano («Un giornale che racconta i fatti» – https://www.facebook.com/ilFattoQuotidiano/info). Continue reading “La lingua della propaganda: ‘Il Fatto Quotidiano’”

Tra crescita e merito: la lingua degli annunci di lavoro

Da un’analisi linguistica delle espressioni ricorrenti negli annunci di lavoro e nelle descrizioni che le aziende forniscono a proposito della mission e in merito alla ricerca di nuovo personale «da far entrare nel team», si scopre come, oltre a esserci poco materiale per lo più standardizzato, si oscilla sempre tra campi semantici ben precisi e riconoscibili, legati al movimento, alla crescita, al coraggio, all’affidabilità, all’immaginazione.

Innanzitutto, il soggetto richiesto non è mai una persona ma una risorsa con un profilo ben preciso, desiderosa di «crescere sia professionalmente che umanamente» e di «mettersi in gioco», oltre che di «guardare avanti». Dai tratti caratteriali ben definiti: dinamico, positivo, flessibile, tenace, motivato, creativo, autonomo, curioso, preciso, riservato. Nelle attitudini che, se non caratteriali, devono almeno essere già state sviluppate: quelle al problem solving, a gestire lo stress, al team work, al raggiungimento degli obiettivi, alle relazioni, all’organizzazione, all’interazione, all’apprendimento, a gestire più attività contemporaneamente.

A completare il profilo, poi, non possono mancare certo la conoscenza dell’inglese e di una seconda lingua straniera o la disponibilità a tutti gli orari.

I campi semantici, insomma, stanno prevalentemente nelle metafore legate al movimento (dinamicità, flessibilità, raggiungimento, interazione, …), che si esprime anche nelle caratteristiche personali che devono portare alla crescita oppure nelle espressioni che l’azienda usa per parlare di se stessa («innovazione è non fermarsi mai»; «sempre un passo avanti degli altri»; «chi è capace di guardare avanti»; …). Altro campo è quello dell’affidabilità (curioso, autonomo, preciso, riservato, in grado di gestire lo stress e l’emotività, organizzato, votato all’apprendimento, …). Si incontrano poi espressioni legate, forse in maniera curiosa, al coraggio e all’abnegazione (tenacia, curiosità, disponibilità, motivazione, positività, raggiungimento degli obiettivi, attitudine al problem solving, intraprendenza, voglia di mettersi in gioco, credere nel progetto …). Ultimo, ma non meno rilevante, è il campo semantico dell’immaginazione (creatività, problem solving, capacità di guardare avanti, progettualità, innovazione, positività, …).

L’analisi linguistica, per concludere, illumina sull’immaginario delle aziende nel quale sta anche il sistema dei lavoratori. Un immaginario molto preciso e riconoscibile, oltre che ideologico: si tratta, infatti, di una visione ben precisa dell’umanità la cui bussola dovrebbe ruotare tra crescita e merito; o meglio, tra precise concezioni della crescita e del merito.